sabato 26 novembre 2016

UN MONITO CONTRO LE PREPOTENZE DEL POTERE

"La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino".
No, ciò che avete appena letto non è frutto del pensiero rivoluzionario di un pericoloso sovversivo no global marxista-leninista.
Si tratta di una proposta - risalente a settant'anni fa - del deputato democristiano Giuseppe Dossetti (che nel 1959 sarebbe stato ordinato sacerdote) inerente "Lo Stato come ordinamento giuridico e i suoi rapporti con gli altri ordinamenti".
Dopo essersi insediata il 25 giugno 1946 e aver contestualmente eletto il proprio presidente nella figura del socialista Giuseppe Saragat (che nel 1964 sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica), l'Assemblea Costituente, il 15 luglio seguente, decise di nominare una Commissione incaricata di elaborare e proporre il progetto della nuova Costituzione (composta da 75 deputati, scelti da Saragat secondo il criterio della proporzionalità dei gruppi politici rappresentati).
A sua volta la Commissione venne suddivisa in tre Sottocommissioni, in base alle tematiche da affrontare: fu presso la prima di esse - chiamata a elaborare i principi generali della nuova Carta e sancire i diritti e i doveri dei cittadini - che l'onorevole Dossetti avanzò la proposta sopra citata.
Dopo avervi definito il compito e la funzione giuridica e politica dello Stato (il quale “protegge, favorisce, coordina e, dove occorra, integra le attività dei singoli, delle famiglie, degli enti territoriali e delle altre forme sociali”, art. 1) e il fondamento della sua sovranità (che “si esplica nei limiti dell’ordinamento giuridico costituito dalla presente Costituzione e dalle altre leggi ad essa conformi”, art. 2), il deputato della Dc espose quello che lui stesso definì "l’abituale principio della resistenza, logico corollario dei due articoli precedenti”.
Principio, del resto, non certo innovativo, ma tratto dalla Costituzione francese del 19 aprile di quello stesso 1946.
L'intento di Dossetti era inserire anche nella nostra Costituzione un precetto generale, un diritto-dovere fondamentale, demandando poi alla legge penale il compito di sancirlo e regolarlo concretamente, così che in caso d'inosservanza potesse essere stabilita - di volta in volta - l'apposita sanzione, in relazione alle specifiche situazioni e alle conseguenze derivate.
Come ben spiegato dal deputato Aldo Moro - che nel 1963 avrebbe assunto la carica di Presidente del Consiglio - proporre la rivoluzione sia come diritto etico-giuridico (se nata “da uno stato di indebita compressione dei diritti di libertà sanciti dalla Costituzione”), sia come dovere morale (“che è bene sia affermato dalla Costituzione, nel senso che la passività, di fronte all'arbitrio dello Stato, costituisce inosservanza di un dovere morale fondamentale”) avrebbe comportato affidare a tale norma “un preciso e netto significato giuridico, in quanto pone un criterio direttivo al legislatore penale, affinché non consideri come reati degli atti commessi con apparenza delittuosa, ma che hanno invece il nobile scopo di garantire la libertà umana” (Commissione per la Costituzione - Prima Sottocommissione, seduta del 3 dicembre 1946).
In quella stessa seduta d'inizio dicembre la prima Sottocommissione approvò la norma Dossetti a stragrande maggioranza, con 10 sì, 1 no (il democristiano Carmelo Caristia) e 2 astenuti.
Questa venne così inserita nel Progetto di Costituzione approvato dalla Commissione e presentato alla Presidenza dell’Assemblea Costituente il 31 gennaio 1947, il cui articolo 50 recitava:
"Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate" (comma 1).
"Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino" (comma 2).
Pur avviando la discussione della norma Dossetti nella seduta del 23 maggio 1947, l'Assemblea, dopo un intenso dibattito, decise di rinviarne il giudizio, ripreso e definitivamente risolto solo tra la sera del 4 dicembre 1947 e la tarda mattinata del giorno seguente.
Nel corso della seduta del 5 dicembre, infatti, il principio proposto da Dossetti - nonostante fosse stato appoggiato in diverse occasioni da deputati importanti come il già ricordato Aldo Moro (democristiano), il pur dubbioso Palmiro Togliatti (comunista, ministro della Giustizia dal 21 giugno 1945 al 12 luglio 1946), Fausto Gullo (comunista, ministro della Giustizia succeduto a Togliatti) e Giuseppe Grassi (liberale, ministro della Giustizia succeduto a Gullo; il 27 dicembre 1947 avrebbe firmato in tale qualità il testo definitivo della Costituzione) - fu soppresso su proposta di tre deputati liberali (Aldo Bozzi, Amerigo Crispo e Giuseppe Candela), due del Fronte dell'Uomo Qualunque (Francesco Colitto e Cesario Rodi), due democristiani (Giambattista Bosco Lucarelli e Corrado Terranova), due repubblicani (Ugo Della Seta e Arnaldo Azzi) e un conservatore monarchico (Francesco Caroleo).
Come disse in Assemblea l'onorevole Fausto Gullo, poco prima che venisse decretato lo stralcio finale della norma Dossetti:
"A me pare che nella nuova Costituzione noi dobbiamo affermare il diritto del cittadino di ribellarsi all'arbitrio e alla tirannia.
[...] E' un monito che si dà all'autorità: se essa decampa [sconfina, N.d.A.] dai limiti legittimi, avrà di fronte il cittadino col suo diritto di ribellarsi. 
Non è detto che quest'atto del cittadino debba assumere la forma estrema dell'atto rivoluzionario.
Ci sono tante maniere di ribellarsi. 
Affermare questo principio non significa altro che dare concreta attuazione a quegli altri diritti che noi abbiamo affermato nella parte generale della Costituzione, i diritti del cittadino, i diritti dell'uomo. 
Se questi diritti sono violati o offesi dall'autorità costituita, i cittadini offesi, e come collettività e come singoli, hanno il diritto di ribellarsi" 
(Assemblea Costituente, seduta antimeridiana del 5 dicembre 1947).


Ecco, il 4 dicembre prossimo cerchiamo di rammentare e fare nostro quel monito, esattamente 70 anni dopo la sua provvisoria approvazione e 69 anni dopo la sua conclusiva bocciatura.
Per dimostrare che i cittadini - votando NO al referendum costituzionale - vogliono e sanno ribellarsi alle prepotenze di un potere che sopporta sempre meno i limiti costituzionali e democratici partoriti dalla Resistenza al nazi-fascismo.