martedì 27 gennaio 2015

RAZZISTEST: SCOPRI SE SEI RAZZISTA! (Garantito dai massimi esperti del settore)


"Il Gran Consiglio del Fascismo [...] dichiara l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. 
Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti.
[...] Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d'ingresso nel Regno degli ebrei stranieri non poteva più oltre essere ritardata, e che l'espulsione degli indesiderabili [...] è indispensabile"

Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo, notte tra il 6 e il 7 ottobre 1938.



"Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza.
Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri.
Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto lo spirito alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d'una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore.
Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito, e dirsi più Italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali.  
Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'alto là al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue"

Giorgio Almirante, "... Ché la diritta via era smarrita... Contro le <<pecorelle>> dello pseudo-razzismo antibiologico", articolo pubblicato su "La Difesa della razza" (rivista quindicinale fascista uscita dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943), anno V (1942), n. 13, pagg. 9-11.




"Zingari miei amici
zingari miei fratelli
a Dachau e Auschwitz
siamo morti insieme.
Zingari,
suonate ancora
suonate ancora
il tema trillante.
Lo scherzo danza
le fiamme danzano
voglio dimenticare, o zingari,
la nostra notte"

Poesia di Elie Benacher, ebreo deportato a Dachau e ad Auschwitz.




"Gli zingari appartengono quasi sempre alla razza orientale e i loro meticci sono quasi sempre degli individui asociali, tanto più pericolosi in quanto difficilmente distinguibili dagli europei.
[...] E' necessario quindi diffidare di tutti gli individui che vivono vagabondando alla maniera degli zingari e che ne presentano i sopraricordati tratti somatici.
Si tratta di individui asociali, differentissimi dal punto di vista psichico dalle popolazioni europee e soprattutto da quella italiana di cui sono note le qualità di laboriosità e attaccamento alla terra.
[...] Data l'assoluta mancanza di senso morale di questi eterni randagi si comprende come essi possano facilmente unirsi con gli strati inferiori delle popolazioni che incontrano peggiorandone sotto ogni punto di vista le qualità psichiche e fisiche"

Guido Landra, "Il problema dei meticci in Europa", articolo pubblicato su "La Difesa della razza" (rivista quindicinale fascista uscita dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943), anno IV (1941), n. 1, pag. 11.




"[...] l'omosessualità fa fallire ogni rendimento, ogni sistema basato sul rendimento; essa distrugge lo Stato nelle sue fondamenta.
A questo si aggiunge il fatto che l'omosessuale è un uomo radicalmente malato sul piano psichico.
E' debole e si dimostra un vigliacco nei momenti decisivi. Credo che in tempo di guerra possa essere coraggioso di tanto in tanto, ma nel campo civile questi sono gli uomini più vigliacchi che si possano immaginare.
L'omosessuale mente anche in maniera malata [...], mente e crede in ciò che dice.
[...] All'inizio non mi capacitavo. [...] ci comportavamo da ignoranti: questo mondo era, ed è, sempre tanto estraneo all'uomo normale, il quale non può assolutamente immaginarselo com'è veramente. [...] All'inizio mi arrabbiavo quando i giovani mi mentivano. Oggi capisco che gli era impossibile comportarsi diversamente. Perciò non mi viene più in mente di chiedere a un omosessuale se è di parola. Non lo faccio più perchè so che mi mentirà.
[...] Le esperienze che ho fatto mi hanno dimostrato che l'omosessualità porta, vi dirò, a una vera e propria stravaganza intellettuale, a una vera e propria irresponsabilità.
L'omosessuale è naturalmente un ideale oggetto di pressione:
primo, perchè può essere condannato;
secondo, perchè è un tipo malleabile;
terzo, perchè è molle e senza alcuna volontà.
[...] Dobbiamo capire che se questo vizio continua a diffondersi, in Germania, senza che noi possiamo combatterlo, per la Germania sarà la fine. La fine del mondo germanico.
[...] Per loro [cioè "per i nostri antenati", N.d.A.], questi individui rappresentavano dei casi isolati, degli anormali.
L'omosessuale [...] era gettato nel fondo di una palude. [...] Questa non era una punizione, ma soltanto lo spegnersi di una vita anormale. Bisognava scartarli, allo stesso modo in cui noi estirpiamo le ortiche e le ammucchiamo tutte insieme per bruciarle.
Questa non era una vendetta: l'individuo in questione doveva semplicemente sparire"

Heinrich Himmler, discorso segreto ai generali delle SS sui "pericoli razziali e biologici dell'omosessualità", 17-18 febbraio 1937.




"Fin dal 1934, segnalando il preoccupante diffondersi delle inversioni sessuali, osservavo che, nel grave problema, se ne innestava un altro di carattere squisitamente politico in quanto la maggioranza degli omosessuali è antifascista ed in conseguenza compie sui giovani perniciose opere di propaganda ostile al Regime.
Senza contare che gli atti di costoro rappresentano anche un'azione contraria all'attività che il Regime medesimo svolge per la sanità della stirpe.
[...] sarebbe utilissimo spolverare le vecchie carte e dedicare qualche attenzione a codesta speciale categoria di individui.
Indicherò, mano a mano che se ne presenterà l'occasione, qualche nominativo scelto opportunamente fra coloro che, per posizione sociale o prestigio o cultura, risultano più dannosi degli altri e non meritevoli quindi di alcuna indulgenza"

Informativa compilata nel 1937 da un conte romano delatore con incarichi presso il Ministero della Cultura Popolare.          




"La Chiesa ha sempre giudicata pericolosa la convivenza degli ebrei, fin che rimangono ebrei, alla fede e alla tranquillità dei popoli cristiani.
E' per questo che voi trovate un'antica e lunga tradizione di legislazione e disciplina ecclesiastica, indirizzata a frenare e limitare l'azione e la influenza degli ebrei in mezzo ai cristiani, e il contatto dei cristiani con essi, isolando gli ebrei e non permettendo ad essi l'esercizio di quegli uffici e di quelle professioni per cui potessero dominare o influire su lo spirito, su l'educazione, sul costume dei cristiani";

la Chiesa "ha sempre fatto di tutto, e fa di tutto anche oggi, per impedire questi matrimoni misti [cioè quelli tra cattolici ed ebrei non convertiti, N.d.A.].
[...] E di fatti, la quasi totalità dei matrimoni misti con gli ebrei non convertiti, furono sempre puramente civili.
[...] Ed anche oggi i cattolici ossequienti agli indirizzi della Chiesa non prendono e non accettano certo domestici ebrei, nè si mettono al servizio degli ebrei in convivenza famigliare con essi; e molto meno affidano i bambini da allattare a balie ebree, o i figli da istruire a maestri ebrei. E se nelle nostre scuole, fino a ieri, non erano pochi gli insegnanti ebrei, ciò non era per opera della Chiesa";

"la Chiesa non ha mai disconosciuto il diritto degli Stati di limitare o d'impedire l'influenza economica, sociale, morale degli ebrei, quando questa tornasse dannosa alla tranquillità e al benessere della Nazione.
La Chiesa niente ha detto e niente ha fatto per difendere gli ebrei, i giudei e il giudaismo.
La Chiesa, senza nessuna preoccupazione politica, ha condannato una dottrina che nega i dogmi fondamentali della nostra Fede"

Monsignor Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, omelia pronunciata il 6 gennaio 1939, ripresa il giorno seguente dal "Regime fascista" e pubblicata il 15 gennaio dello stesso anno su "L'Osservatore Romano" con il titolo "Un'omelia del vescovo di Cremona: la Chiesa e gli ebrei".




"A detta di tutti il Papa, sebbene pressato da più parti, non si è lasciato indurre a rendere dichiarazioni manifeste contro l'allontanamento degli ebrei da Roma [il 16 ottobre 1943 le SS avevano arrestato 1.259 persone dal ghetto ebraico di Roma, delle quali 1.023 erano subito state deportate ad Auschwitz. Ne sarebbero tornate solo 17, N.d.A.].
Pur dovendo aspettarsi che un simile atteggiamento provocherà il risentimento dei nostri nemici e sarà sfruttato dagli ambienti protestanti dei paesi anglosassoni a fini propagandistici contro il cattolicesimo, ha fatto tutto quanto poteva in questa delicata circostanza per non compromettere i rapporti con il governo e con gli ambienti tedeschi a Roma.
Dato che probabilmente non c'è ragione di aspettarsi ulteriori azioni tedesche contro gli ebrei romani, possiamo ritenere che questo fattore di tensione nei rapporti tedesco-vaticani sia stato eliminato.
Da parte del Vaticano vi sono sintomi precisi in questo senso.
In data 25/26 ottobre <<L'Osservatore Romano>> ha pubblicato, con particolare rilievo, un comunicato ufficioso sull'attività caritatevole del Papa nel quale, nello stile tipico del giornale vaticano, assai nebuloso e contorto, si dice che il Papa fa beneficiare della sua benevolenza paterna tutti gli uomini, senza differenza di nazionalità, religione, e razza.
Si dice inoltre che le molteplici attività di Pio XII si sono ulteriormente moltiplicate in questi ultimi tempi per le grandi sofferenze di tanti disgraziati. 
Contro questa pubblicazione, credo che non si possano fare obiezioni, tanto più che il suo testo [...] sarà da pochissimi preso come allusione alla questione ebraica"

Ernst von Weizsacker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, relazione inviata al proprio Ministro degli Esteri il 28 ottobre 1943.



Ebbene, se condividete - anche solo in parte - quanto avete appena letto... beh, allora siete proprio razzisti, xenofobi, antisemiti e omofobi. 
Profondamente razzisti, xenofobi, antisemiti e omofobi.
Ma non preoccupatevi!
Lo siete anche se sentite un prurito intimo così incontenibile (e mi raccomando, non fate la solita confusione: la testa si trova in basso e i genitali in alto, non dimenticatelo!) da sentire il bisogno impellente e fisiologico (quando la natura chiama...) di inserire nelle suddette citazioni termini come "extracomunitari", "marocchini", "romeni", "albanesi", "rom", "clandestini", "neri", "immigrati", ...
A garantirvelo non sono certo io (decisamente ignorante in materia!), bensì i massimi esperti del settore: il Gran Consiglio del Fascismo; Giorgio Almirante; "La Difesa della razza"; gli assassini di Dachau ed Auschwitz (no, dico: Dachau ed Auschwitz!!! Non so se mi spiego...); Heinrich Himmler; una spia fascista; persino l'ambasciatore nazista presso la Santa Sede, i cui membri (no, non sto parlando di organi sessuali!) sono pur sempre ottimi conoscitori ed infallibili interpreti della volontà divina.
Insomma, stiamo parlando di professionisti seri, mica di dilettanti qualsiasi...
Purtroppo l'unica controindicazione è che rischiate seriamente di assomigliare a diverse (anche se poi non così tanto...) specie animali, tipo:

il "Matteis da LEGAres", rarissimo esempio di preistorico homo demens demens (o non sapiens), incapace di esprimersi a parole, ma solo espellendo versi e rutti da un buco chiamato "bocca", stranamente collocato nella parte retrostante del corpo. Esso è oggetto di approfonditi studi scientifici, volti a comprendere anche l'origine dei numerosi organismi unicellulari che costituiscono l'intera materia di tutti gli organi interni vitali;

la "Domus Pound", caratterizzata da squame nerastre e dalla costante voglia di inquinare l'ambiente che la circonda, sganciando dalla zona posteriore del corpo numerose nuvole tossiche di gas nervino. Ciò grazie al sollevamento istantaneo delle zampette destre, perfettamente tese verso l'alto, in modo da consentirle anche l'espulsione dei propri escrementi, i quali le fungeranno poi da casa (da qui l'italiano "Casa Pound").

In ogni caso, rallegratevi! 
Questo post è dedicato a tutti voi:  

a tutti i razzisti, soprattutto a quelli nostrani. Siete voi l'unica razza inferiore;

a tutti gli omofobi, soprattutto a quelli che perseguitano, incriminano e uccidono gli omosessuali perchè omosessuali. Siete voi gli unici da persegui...re;  

a tutti quelli che <<gli zingari sono brutti, sporchi e cattivi>> perchè zingari. Siete voi brutti, sporchi e cattivi. Dentro;

a tutti coloro i quali, oggi come ieri, fanno finta di non vedere la Shoah, la <<catastrofe>> (per utilizzare il significato del noto termine ebraico) in corso (anche) nel Mar Mediterraneo.





A tutti voi, in occasione del "Giorno della Memoria", non posso far altro che augurare - dal profondo del cuore - che "vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi" (Primo Levi, "Se questo è un uomo").


"Lampedusa.
Il Mediterraneo...
... applicato il programma del <<Front National>>"
.

domenica 25 gennaio 2015

CI SONO ANCH'IO!


I ragazzi di "Stampo Antimafioso" hanno da poco pubblicato "Stampo 2014", il giornalino che raccoglie gli articoli migliori dell'anno scorso.

Ci sono anche due miei "pezzi". 

Vedere alle pagine 42 e 61 per credere... 

martedì 20 gennaio 2015

ESSERE LIBERI, ONESTI E CORAGGIOSI

Antonino Scopelliti (1935-1991)
"Ma dove sta la verità?
E' come una rocca situata in cima ad un monte e l'uomo non ha ali per raggiungerla.
Egli non può che aprirsi la strada a fatica, su per le pareti, e spesso si smarrisce e spesso si insanguina le mani.
Ciò che lo guida, ciò che lo conforta e lo sorregge, è la bellezza di quella meta che gli risplende da lontano"

Antonino Scopelliti, "Il libro più importante della mia vita" (ovvero "Le Confessioni" di S. Agostino), scritto pubblicato sulla rivista “Gli Oratori del Giorno”, dicembre 1988.



"Una Magistratura povera, socialmente isolata, politicamente invisa.
Una magistratura alla quale si riserva il pomposo privilegio della <<priorità>> solo nei comunicati conclusivi di incontri fra Governo e Associazioni Magistrati. Comunicati sinistramente destinati a drappeggiare le tombe. Comunicati beffardi dal momento che subito dopo si ricomincia da zero.
Riprendono, con la cadenza di sempre, i tentativi più o meno ambigui di mettere sotto controllo l'autonomia dell'Ordine Giudiziario e le campagne volte a mettere l'intero Paese contro la Magistratura [...].
Si moltiplicano i ritardi, le imprevidenze e le incurie.
I disservizi ed i saldi passivi diventano intollerabili.
I giudici, sempre più demotivati, abbandonano la prima linea e, confinati in un ruolo periferico, diventano l'anello più debole della catena istituzionale, il bersaglio più facile ed indifeso.
Una logica perversa sembra guidare l'atteggiamento politico dominante nei confronti della magistratura.
Con colpevoli omissioni si favoriscono tutte le difficoltà e le tentazioni per poi accusarla di inefficienza ed errori; si gioca al ribasso con la giustizia per renderla invisa ai cittadini, si costringono i magistrati, lasciandoli soli, ad impegnarsi ed esporsi in prima persona nelle indagini più difficili e scottanti per poi accusarli di protagonismo.
Viene da chiedersi se la classe politica non voglia liberarsi del controllore più scomodo, non solo ingabbiandone i poteri ma soprattutto facendolo apparire all'opinione pubblica come il vero responsabile di ogni disservizio.
Non è un caso, forse, che la segreteria del P.S.I. [guidata da Bettino Craxi, N.d.A.] chiede il 4 ottobre [del 1990, N.d.A.] che <<siano assunti con procedura di urgenza almeno mille magistrati>> ed il Vice Presidente del Consiglio [il socialista Claudio Martelli, N.d.A.] - mostrando memoria corta - esordisce il 7 ottobre [di quello stesso 1990, N.d.A.] chiarendo che i magistrati italiani non sono affatto pochi, ed ammonendo che il vero problema è che i giudici frequentano poco gli uffici e godono di troppe vacanze.
Evviva! Adesso, e finalmente, sappiamo che i mali della giustizia, sui quali si discute da oltre 40 anni, non sono poi tanto... oscuri"

Antonino Scopelliti, "Si ricomincia da zero", l'ultimo articolo (rimasto inedito fino al 2002, quando è stato pubblicato nel volume "Parole efficaci. Scritti e interventi pubblici di Antonio Scopelliti"), autunno 1990.



Antonino Scopelliti
"Se si procede contro amministratori infedeli, impudenti speculatori, conclamati ladri di Stato, squallidi corrotti e corruttori, non si esita di affermare che i giudici si propongono di sostituirsi al governo e comunque di impedire al governo di governare e all'amministrazione di amministrare.
Uomini politici di rango non si fanno scrupolo di chiamare pazzi e dissennati magistrati noti per equilibrio e riserbo; giornalisti alla moda scrivono di magistrati che, come pallide controfigure, agiscono per conto ed in nome di potenti uomini di governo" 

Antonino Scopelliti, "Difesa dei giudici", 1987.



"Il giudice è oggi ancora più solo perchè sono cronaca quotidiana gli attacchi personali, le pesanti insinuazioni sulla sua correttezza, le accuse di strumentalizzare i processi per seguire questa o quella fazione politica.
Non c'è ormai inchiesta di rilievo che non scateni contro il giudice che se ne occupa campagne denigratorie e processi sommari [...].
Il giudice sempre più solo quindi, solo perchè la causa quando è vissuta dall'interno, parla il suo linguaggio intraducibile [...].
Talvolta la parola più preziosa è nelle pieghe di una deposizione.
Talvolta la verità è in un silenzio, in un borbottio, in uno sguardo.
Ogni processo è un processo di liberazione della verità dal magma delle apparenze.
Il giudice lo compie in solitudine.
Il giudice quindi è solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come un naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi.
Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso"

Antonino Scopelliti, "La giustizia. Solo con fede", scritto pubblicato sulla rivista “Gli Oratori del Giorno”, aprile 1988.



Antonino Scopelliti
"L’importante è avere la coscienza di fare il proprio dovere.
[…] Certo, la paura... Anche l’eroe ha paura. Si possono fare dei grossi discorsi, dei grossi proclami, il rifiutare la paura…, ma per me rimangono soltanto parole. L’uomo fisiologicamente ha paura e deve aver paura, svolgendo la sua attività. Ovviamente deve anche pensare che [...] deve fare il proprio dovere. Quindi questi momenti di angoscia, di paura ci sono, e questi ci sono per tutti. Si tratta di superarli nel migliore dei modi.
[Io ho coscienza di aver fatto sempre il mio dovere, N.d.A.], certamente avrò sbagliato.
[…] Penso che qualunque giudice […] a un certo punto s’accorga che la strada percorsa non è quella giusta, la cambi. Deve cambiarla. In fondo credo che il buon giudice è quello che lavora in assoluta umiltà, pronto ad ascoltare gli altri. Perché gli altri, quando parlano, possono dire sempre delle cose che il giudice non ha visto. Ed è importante che il giudice s’accorga che quelle cose che non ha visto andavano riviste. […] penso che questo atto di umiltà è un atto di estrema cultura, di estrema responsabilità.
[…] La ricompensa più stupenda che il magistrato possa avere: trovare il suo imputato che lo saluta e che si avvicina e gli dice qualcosa. Ecco, il magistrato è un povero, non ha soddisfazione di nessun genere, vive oggi una vita piena di pericoli. Non è popolare e quindi gode, vive la sua missione di questi fatti tipicamente umani e commoventi: trovare il suo imputato che lo saluta. […] Questo è il più grosso privilegio del quale io mi sento destinatario"




"L'ultimo delitto eccellente - l'uccisione di Antonino Scopelliti - è stato realizzato, come da copione, nella torbida estate meridionale cosicchè, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso [l'omicidio del magistrato calabrese è avvenuto il 9 agosto 1991, N.d.A.].
Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato - e probabilmente lo è - essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere"

Giovanni Falcone, editoriale pubblicato su "La Stampa" del 17 agosto 1991 e intitolato "Perchè Scopelliti? Mafia, i nuovi bersagli".


Antonino Scopelliti


Antonino Scopelliti è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Antonino attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Antonio è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

lunedì 19 gennaio 2015

... PER LA LEGALITA' E LA GIUSTIZIA!

Paolo Borsellino (1940-1992)
"Non amo [...], quando mi incontro con gli studenti, parlare di mafia o parlare di mafia come spesso coloro che mi ascoltano si aspettano, cioè di fatti inerenti alla criminalità mafiosa dei quali per ragioni professionali mi son dovuto occupare. Perchè mi sembra estremamente più importante, quando si parla con degli studenti, scandagliare quali sono le ragioni di fondo (culturali, economico-sociali) per cui non solo esiste questo fenomeno [...], ma quali sono le ragioni culturali e socio-economiche per le quali questo fenomeno è o sembra così invincibile, nonostante l'impegno di tanti magistrati e tante forze dell'ordine, nonostante tanta attenzione che va crescendo nell'opinione pubblica.
Quindi io vorrei brevemente accennare a queste ragioni, per la parte che spero possa più interessare una popolazione studentesca [...].
Vorrei cominciare dicendo che, in un tempio della cultura qual è la scuola, non si può soprattutto non parlare di quella che io chiamo <<la cultura della legalità>>, una cosa che probabilmente a scuola si insegna molto poco, sulla quale ci si sofferma molto poco, ma che mi sembra estremamente importante.
Che cosa io intendo per <<cultura della legalità>>?
Intendo sapere e recepire appieno che cosa sono le leggi e perchè le leggi debbono essere osservate.
Le leggi [...] sono dei comandi e dei divieti che dà lo Stato, comandi e divieti che normalmente prescrivono certe attività o vietano certe attività, che normalmente sono accompagnate dalla cosiddetta sanzione.
Cioè, se si compie un'azione che lo Stato proibisce o se non si compie un'azione che lo Stato impone, lo Stato impone una sanzione e, a seconda del tipo di sanzione che lo Stato impone, le leggi si distinguono in leggi penali o in leggi civili.
[...] Cioè, tanto per fare un esempio, se io costruisco una casa aprendo una finestra sul fondo del vicino, poichè questa azione è proibita dalla legge - ovvero bisogna osservare certe distanze, non si può andare a guardare dappresso nel fondo del vicino - lo Stato impone una sanzione, una sanzione civile, cioè il vicino può costringermi a farmi chiudere questa finestra.
Se io, nonostante lo Stato mi impedisca di uccidere, per fare l'esempio del delitto più grave, uccido il mio prossimo, lo Stato mi punisce con una determinata pena da 21 a 24 anni di galera, o ancora di più se ci sono delle aggravanti.
E allora verrebbe fatto di pensare che le leggi vengono osservate soprattutto perchè, se non si osservano, ci sono queste sanzioni, sia penali (se si tratta di leggi penali), sia civili (se si tratta di leggi civili).
Ma non è vero.
Perchè le leggi non vengono osservate dalla maggior parte della popolazione perchè, nel caso in cui non venissero osservate, si rischia di sottostare alla sanzione stabilita; le leggi, la maggior parte della popolazione le osserva o dovrebbe osservarle perchè acconsente a esse, cioè ritiene che si tratti di comandi o divieti giusti.
La maggior parte di noi non apre finestre sul fondo del vicino, non fa sorpassi in curva per strada, non uccide, non ruba, non perchè teme che - violando queste leggi - possa incorrere in una sanzione, ma osserva queste leggi perchè ritiene che sia giusto non aprire le finestre sul fondo del vicino, non uccidere, non sorpassare in curva [...]. Perchè altrimenti, se così non fosse, se le leggi non fossero osservate soprattutto perchè i vari cittadini  consentono a esse, cioè ritengono giusto e doveroso quel divieto, be', non basterebbero tanti carabinieri quanti sono i cittadini della Repubblica italiana, perchè ce ne vorrebbe almeno uno per ogni persona, per sorvegliarla e saltarle addosso non appena commette il divieto.
Voi sapete che la maggior parte della popolazione osserva le leggi perchè sente di doverle osservare, non perchè teme il divieto.
Ma è chiaro che, tanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste.
Cioè quanto più il cittadino tende a identificarsi con le Istituzioni, tanto più il cittadino si sente partecipe, parte integrante dello Stato, del Comune, della Provincia, della Regione, cioè di quell'organo che emana queste leggi.
Perchè, quanto più invece comincia per una qualsiasi ragione a ritenersi estraneo a queste Istituzioni, tanto più o tanto meno osserverà i comandi che da queste Istituzioni promanano, e allora ci vorranno sanzioni più forti.
Questo è quello che per ragioni storiche è avvenuto nella gran parte del Meridione d'Italia e soprattutto in Sicilia, perchè proprio lì, per una vicenda storica o socio-economica che si chiama grosso modo <<questione meridionale>>, il cittadino del Meridione si è sentito lontano, si è sentito estraneo allo Stato. Conseguentemente l'impulso istintivo di osservare le leggi non è stato mai sentito pesantemente, ecco perchè in queste regioni, soprattutto nelle più grosse regioni meridionali quali la Campania, la Calabria e la Sicilia, si sono create queste situazioni generalizzate di disaffezione alla legge, di non osservanza della legge che, con varie articolazioni, sia in Sicilia, sia in Calabria, sia in Campania, hanno provocato il sorgere nella storia del fenomeno di queste grosse organizzazioni criminali.
Perchè?
Perchè ci sono dei bisogni del cittadino che sono il bisogno di giustizia, il bisogno di sicurezza - il bisogno di sicurezza sia dal punto di vista civile, sia dal punto di vista economico - che il cittadino chiede naturalmente che gli vengano assicurati da un'istituzione sovrapersonale quale è lo Stato, inteso in tutte le sue articolazioni: Stato, Comune, Provincia, eccetera. Quando ritiene che non gli vengano assicurati, quando non si identifica, quando non ha fiducia nelle pubbliche Istituzioni, cerca naturalmente di trovare dei surrogati a queste esigenze.
Vi faccio qualche esempio, probabilmente più facile da capire.
Se il cittadino vuole reagire a un danno subito, per esempio uno scippo o una rapina, e ha la sensazione che le Istituzioni non gli assicurino una risposta a questo danno che ha subito, se c'è un'organizzazione la quale, sostanzialmente e apparentemente, tende a presentarsi come un'organizzazione in grado di fargli recuperare la refurtiva o impedire che per le strade avvengano le rapine, si rivolge a queste organizzazioni. Questa è una delle ragioni per le quali queste organizzazioni criminali riescono a trovare addirittura un grosso consenso nella popolazione, cioè quel consenso che invece dovrebbe essere rettamente indirizzato verso le Istituzioni pubbliche e lo Stato.
Se passiamo più specificamente al campo che più vi interessa - questo mi sembra che sia un istituto che si occupa del commercio - è chiaro che nella vita ordinaria, civile, economica di ogni cittadino, regolata dal libero mercato, è chiaro che i vari contraenti - siano essi imprenditori, siano essi industriali, siano essi soggetti economici in genere - hanno bisogno naturalmente per le loro contrattazioni di una fiducia, di quella che io vorrei chiamare fiducia, cioè la fiducia di poter svolgere liberamente la contrattazione con il proprio contraente, il quale rispetterà i patti, pagherà quel determinato prezzo che io gli ho imposto, che abbiamo concordato per la vendita.
Se io ho un'industria, ho bisogno che mi si assicuri intorno la fiducia, cioè che io possa trattare con i miei operai a determinate condizioni, senza che queste condizioni vengano rotte o non vengano rispettate una volta che i patti vengono firmati.
Questa fiducia chi la deve assicurare?
La fiducia chiaramente la deve assicurare lo Stato, sia garantendo le generali condizioni perchè le contrattazioni private si possano svolgere in un clima di reciproca fiducia, sia intervenendo allorchè da queste contrattazioni nascano delle controversie, intervenendo cioè con l'amministrazione giudiziaria per risolvere queste controversie. Se il mio vicino, il mio contraente, non mi paga, io devo essere in condizione di rivolgermi a un giudice che lo condanni a pagare e che mi assicuri la possibilità di riprendermi quello che gli ho dato, di eseguire le esecuzioni immobiliari, pignoramenti e così via.
Quando tutte queste cose non funzionano, cioè quando questo clima di reciproca fiducia non viene assicurato dallo Stato, non funzionano perchè la società civile non è ben vigilata dalla presenza pesante dello Stato; quando nel caso di controversie nascenti tra le parti lo Stato, con un'amministrazione della giustizia che è allo sfascio e che è inefficiente, non assicura la possibilità di risolvere pacificamente queste libere contrattazioni, allora, se esiste, se storicamente si è formata un'organizzazione criminale in grado di assicurare qualcosa del genere, un surrogato di questa fiducia che lo Stato deve poter assicurare fra tutti i cittadini, ecco che queste organizzazioni traggono forza, perchè un surrogato di questa fiducia l'organizzazione criminale di tipo mafioso riesce ad assicurarlo. Riesce ad assicurarlo - nel momento in cui il mio vicino non mi paga - perchè opera questa minaccia per cui, se io mi rivolgo a loro, se i cittadini si rivolgono a loro, nelle popolazioni meridionali si ha la possibilità di recuperare un debito che la giustizia non mi può far recuperare presto, dato che una causa civile dura 10, 20 anni.
Viceversa, io posso rivolgermi a taluno al quale pagherò una tangente, un pizzo; in realtà mi dà un servizio, mi protegge, nel senso che mi assicura che la mia fabbrica non sarà oggetto di attentati o non mi faranno ruberie o qualcosa del genere.
Cioè la mafia nasce, si presenta, come qualcosa che assicura questi servizi.
Naturalmente questi servizi non li può presentare a tutti, perchè per dare a uno deve togliere all'altro.
Mentre la fiducia che lo Stato dovrebbe garantire riguarda imparzialmente tutti i cittadini, la fiducia che distribuiscono le organizzazioni criminali è una fiducia a somma algebrica zero, perchè, per fare il vantaggio di uno, le organizzazioni criminali devono fare necessariamente lo svantaggio dell'altro.
La vera essenza della mafia è questa.
E' quando, per scendere ancora più nel particolare, il cittadino ritiene talmente inaffidabile la Pubblica Amministrazione che non la ritiene sostanzialmente affidabile nel momento in cui distribuisce le commesse, gli appalti pubblici eccetera, cioè in quella distribuzione di ricchezza che purtroppo nel Meridione è molto più ampia della produzione di ricchezza.
Nel Meridione soprattutto si distribuiscono risorse piuttosto che creare risorse. 
Però quando lo Stato non si presenta con la faccia pulita, tale da assicurare l'imparziale distribuzione di queste risorse, allora ecco che lo Stato spesso diventa il veicolo in cui si inserisce l'organizzazione criminale rivolgendosi alla quale si ha quantomeno la speranza di riuscire ad accaparrare quella commessa, quell'appalto pubblico, quella possibilità di lucrare sulla distribuzione di risorse pubbliche.
Ed ecco perchè queste organizzazioni criminali hanno sempre cercato di inserirsi nel mondo del potere politico, nel potere burocratico: per avere le leve per inserirsi in questi ambiti di distribuzione della ricchezza. Quindi è errato pensare che la mafia sia soltanto un supporto, una conseguenza del mancato benessere economico, tant'è che da taluni si sono sostenuti tipi di intervento quali: più soldi diamo più possibilità di lavoro diamo, più risorse dispensiamo allora in questo modo...
Eh no, in realtà lo Stato ha sì il dovere di intervenire dove vi sono sacche di disoccupazione, sacche di miseria, sacche di emarginazione, ma quando interverrà in modo tale da non riuscire a captare la fiducia dei cittadini sulla imparziale ed equa distribuzione di queste risorse, le organizzazioni criminali da questo profluvio di risorse in più si inseriranno per poter meglio lucrare.
Pensate soltanto - l'avete probabilmente letto sui giornali - a quello che è avvenuto in Irpinia [...] in riferimento alla ricostruzione del dopo terremoto. E' stata una torta meravigliosa messa a disposizione di una di queste organizzazioni, che si chiama camorra, la quale non soltanto si è accaparrata gran parte delle risorse, in più si sono scannati uno con l'altro per vedere come meglio si doveva distribuire tra loro delinquenti.
La vera essenza, la vera causa di resistenza delle organizzazioni mafiose è questa.
[...] Se queste sono le ragioni di fondo del pericolo e della persistenza dell'attività mafiosa, non illudiamoci che le azioni giudiziarie, per quanto penetranti, possano fare piazza pulita della mafia.
Si potrà accertare l'esistenza di quello o di quell'altro mafioso, raggiungere le prove, condannarlo, ma se non si incide a fondo sulle cause che generano la mafia è chiaro che la sua pericolosità... è chiaro che ce la ritroveremo davanti così come era prima.
Tutti abbiamo assistito al grande clamore che si è fatto attorno al maxiprocesso di Palermo. Finito il maxiprocesso, si è cominciato punto e daccapo. Ma è evidente, poichè, quando un'azione è soltanto giudiziaria - e così soltanto poteva essere quella della magistratura e della polizia - e non incide sulle cause di fondo del fenomeno, è chiaro che ce la saremmo dovuti ritrovare davanti, così come ce la siamo ritrovata.
La verità è che vi è stata una delega inammissibile a magistrati e polizia di occuparsi essi solo della mafia, e lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla; non ha fatto nulla perchè non aveva un'amministrazione della giustizia efficiente in senso soprattutto civile, a cui il cittadino si potesse rivolgere quando doveva risolvere i suoi problemi.
Noi sappiamo il grande sfascio che c'è nella giustizia soprattutto civile in Italia, non è possibile fare una causa e concludere in tempi minori di 10 anni o 12 anni.
[Lo Stato, N.d.A.] non ha fatto nulla per dare alle pubbliche amministrazioni, soprattutto a quelle locali, mi riferisco al Meridione, ma ci sono grossi problemi del genere anche in tutte le altre parti d'Italia...
Per dare un'immagine credibile, il Presidente della Regione siciliana [il democristiano Rino Nicolosi, N.d.A.], poche settimane fa, ha dichiarato che le Usl, cioè le Unità Sanitarie Locali siciliane, subiscono e non resistono a grossissime pressioni mafiose. Addirittura nella formazione degli esecutivi: sostanzialmente i mafiosi si sono inseriti pesantemente anche lì, perchè le Usl oggi amministrano enormi quantità di denaro per quello che dovrebbe essere l'adempimento delle condizioni di salute di tutti i cittadini, che si disperdono in mille rivoli creando anch'esse una sanità allo sfascio.
Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni e comunque dappertutto in Italia, un'immagine credibile? Si è fatto ben poco...
In Sicilia è soprattutto accentuata con riferimento alla mancanza di credibilità degli enti locali, quelli che stanno più a diretto contatto con il cittadino. Come enti locali mi riferisco al sindaco, mi riferisco ai prefetti, alle Unità Sanitarie Locali, ai vari enti, alle varie aziende che agiscono negli enti locali, che sono quelli che il cittadino vede.
C'è questa mancanza di credibilità.
In realtà c'è in gran parte anche del resto d'Italia  e siccome la mafia, forte oggi della potenza economica enorme che ha per il traffico di sostanze stupefacenti, tende a operare in qualsiasi parte delle regioni italiane, ecco che questo diventa un problema di tutti.
E diventa un problema di tutti non gridando che il giudice deve arrestare più persone o la polizia deve presidiare più [...], perchè la vera soluzione sta nell'invocare, nel lavorare affinchè lo Stato diventi più credibile, perchè noi ci dobbiamo identificare di più in queste Istituzioni.
[...] Non si tratta di un fenomeno di facile o immediata risoluzione.
La criminalità si può contenere, ma non fare scomparire del tutto.
E' un dato storico ormai accettato, ma la soluzione che io auspico è riuscire a non avere più questa pericolosissima forma di criminalità la cui caratteristica principale sta proprio nel confondersi e stravolgere il senso vero delle Istituzioni statali.
[...] Io non mi sento protetto dallo Stato perchè oggi la lotta alla criminalità mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla magistratura e alle forze dell'ordine, e si ritiene che sia un fatto esclusivamente di natura giudiziaria, mentre un fatto esclusivamente di natura giudiziaria non è.
Come dicevo prima, se non si incide sulle cause profonde di questo particolare fenomeno criminale ce lo ritroveremo sempre davanti.
Questa delega lasciata soprattutto a magistratura e forze dell'ordine cosa ha provocato?
Ha provocato una sovraesposizione di magistratura e forze dell'ordine.
Cioè, nella mentalità del criminale è chiaro che eliminare il magistrato che si occupa di mafia o il poliziotto che si occupa di mafia significa eliminare l'unico nemico. E in questo il magistrato e l'appartenente alle forze dell'ordine si trova eccessivamente sovraesposto e quindi poco protetto.
E non sono chiacchiere, perchè se noi facciamo il conto di quanti magistrati e di quanti poliziotti sono stati uccisi dall''80 ma anche prima - si cominciò nel 1970, con il primo delitto eccellente - il numero diventa incredibile. [...] Ed è chiaro, non erano protetti loro e non è protetto nessuno che si occupa di queste organizzazioni mafiose. [...] E questa sovraesposizione è sicuramente intollerabile perchè c'è chi reagisce o chi ritiene che, nonostante questa sovraesposizione, debba continuare a operare come operava prima. Ma c'è anche chi ovviamente può trovare estreme remore alò proprio lavoro e ha una situazione o sensazione di pericolo in cui si può trovare.
Nonostante debba dire che, almeno in Sicilia, ma credo che sia avvenuto così in tutte le altre parti d'Italia, non è mai capitato che per l'uccisione di un giudice o di un poliziotto si siano fermate o si siano bloccate le indagini, perchè se n'è trovato sempre un altro che prendeva il suo posto.
Ciò nonostante, se noi proviamo a immaginarci che cosa sarebbe oggi l'efficienza delle forze di polizia e della magistratura in Sicilia se fosse ancora in vita il procuratore Gaetano Costa, se fosse ancora in vita Rocco Chinnici, se fosse ancora in vita nella polizia Ninni Cassarà, se fosse ancora in vita nei carabinieri il capitano Basile o il giudice Cesare Terranova, se noi proviamo a immaginarci che cosa ha significato azzerare questa massa enorme di esperienze e di capacità investigative e di volontà di lavoro, se noi proviamo a immaginare questo, dobbiamo trarre purtroppo la negativa conseguenza che la mafia in questi casi ha colto bene nel segno.
[...] Coloro che cominciarono a interessarsi di questi problemi non è che raccolsero grossa solidarietà all'interno del Palazzo di giustizia, perchè si riteneva che fossero un po' dei fanatici o delle persone che si volevano interessare di una cosa che tanto andrà sempre così ed è inutile metterci mano.
Poi questa indifferenza in gran parte...
Si parla di un procuratore generale che avrebbe chiamato il giudice Chinnici e avrebbe detto: <<Guarda, riempi il collega Falcone di piccoli processi di rapina, così finisce di rompere le scatole e occuparsi di problemi di mafia>>.
Questo è scritto [...] nel diario [di Rocco Chinnici, N.d.A.]"





Paolo Borsellino
"[...] il consenso alle istituzioni alternative [a quelle dello Stato, N.d.A.] che può provocare singoli e anche diffusi vantaggi, si risolve sempre in profonda ingiustizia verso la generalità.
Perchè il consenso alle pubbliche istituzioni venga recuperato è anzitutto necessario che esse funzionino (non è la magistratura e la Polizia che possono assicurare la sconfitta della mafia: occorre la risposta globale dello Stato).
Ma occorre insieme che venga da parte di tutti recuperato il senso etico della vita, la consapevolezza che il benessere a vantaggio personale o familiare non può essere perseguito a scapito degli altri; che è questo l'imperativo morale principale del nostro tempo anche su scala planetaria.
Chi impersona le istituzioni deve essere imparziale ed efficiente distributore dei beni e dei servizi che è delegato ad amministrare (finirla con le occupazioni delle pubbliche istituzioni da parte dei partiti e dei gruppi e delle lobbies).
Chi dalle istituzioni (nelle quali deve riconoscersi) è amministrato, deve percepire come inderogabile il dovere morale di non perseguire il proprio vantaggio e quello del suo ristretto clan di appartenenza (famiglia, gruppo, nazione) cagionando contemporaneamente e necessariamente il danno degli altri consociati. [...] questa (risoluzione del problema morale)" è "la chiave di volta, l'unica strada perseguibile per difendere la società dal malaffare"

Paolo Borsellino, incontro-dibattito sul tema "La persona oggi di fronte alla nuova morale: nel sociale e nel privato (istituzioni, mass media, professionalità)" organizzato dal Direttivo della Sezione  F.I.D.A.P.A. (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) di Mazara del Vallo (Trapani) presso l'Aula Consiliare S. Egidio, Mazara del Vallo, 31 maggio 1989.




Paolo Borsellino
"Non è che ci siano indizi che ci fanno pensare che il potere politico collabori con la mafia nel senso che noi giudici attribuiamo alla collaborazione nel reato. Perchè se questi indizi ci fossero è chiaro che ci sarebbe un numero estremamente ampio di politici incriminati. In realtà, un caso almeno rilevante c'è stato ed è quello che riguarda l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Non soltanto è stato accertato che questo signore era vicino e aveva delle cointeressenze con le organizzazioni mafiose, ma che addirittura era organico alla stessa mafia e aveva commesso quindi il reato di associazione mafiosa.
[...] Sono emersi dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti fra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del maxiprocesso vennero chiamati <<contiguità>>.
Cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perchè non basta fare la stessa strada per essere una staffetta. La stessa strada si può fare perchè in quel momento, almeno dal punto di vista strettamente giuridico, si trova conveniente fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse.
Questo non ci ha consentito, dal punto di vista giudiziario, di formulare imputazioni su politici.
Però stiamo attenti...
Vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza, nel provvedimento del giudice, e poi - successivamente - nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale.
Oltre ai giudizi del giudice esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae o dovrebbe trarre il mondo politico.
Esistono anche i giudizi disciplinari.
Un burocrate, un alto burocrate dell'amministrazione che ad esempio abbia commesso dei favoritismi potrebbe non aver commesso automaticamente - perchè manca qualche elemento del reato - il reato di interesse privato in atto d'ufficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perchè non ha agito nell'interesse della buona amministrazione.
Ora, l'equivoco su cui spesso si gioca è questo; si dice:
<<Quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto>>.
E no!
Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire:
<<Be', ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso>>.
Però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo <<schermo>> della sentenza, si è detto:
<<Questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto>>.
Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma non è stata mai condannata perchè non ci sono le prove per condannarla, però c'è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto a essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato?"





Paolo Borsellino
"Io dico che singoli politici quando conoscono rapporti illeciti o immorali con singoli mafiosi hanno tutto l'interesse a tacere. Gli altri che sono fuori da questo intreccio nulla sanno.
Sono convinto che i rapporti tra mafia e politica ci siano.
E ne sono convinto non per gli esempi processuali (pochissimi), ma per un assunto logico.
E' l'essenza stessa della mafia che costringe l'organizzazione a cercare il contatto con il mondo politico.
Non ne può fare a meno.
La mafia tende ad esercitare una sovranità assoluta sul territorio e inevitabilmente è destinata ad entrare in contrasto con lo Stato che legittimamente impone la sua sovranità. Questo conflitto virtuale la mafia lo risolve con l'accordo condizionando, dall'interno, le istituzioni facendo eleggere uomini di sicuro affidamento. Che possono essere anche non mafiosi, ma devono garantire scelte nell'amministrazione pubblica che siano favorevoli all'organizzazione.
Ora questa è sociologia. Sul piano giuridico bisogna cercare le prove. E queste ce ne sono sempre state pochissime anche quando ci siamo illusi di essere prossimi a straordinari traguardi.
[...] A questa volontà del mondo politico [cioè la volontà di colpire nella direzione dei politici collusi con la mafia, N.d.A.] io non ho mai creduto"

Paolo Borsellino, intervista rilasciata a Giuseppe D'Avanzo pubblicata su "la Repubblica" del 14 settembre 1991, con il titolo "<<Ero nel pool antimafia, ora me la fanno pagare>>. E Borsellino si svegliò Insabbiatore...".


Giovanni Falcone e Paolo Borsellino


"Occorre dare un senso alla morte di Giovanni [Falcone, N.d.A.], della dolcissima Francesca [Morvillo, moglie di Falcone, N.d.A.], dei valorosi uomini della sua scorta.
Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera.
Facendo il nostro dovere;
rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici;
rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro);
collaborando con la giustizia;
testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia;
troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli;
accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo!"

Paolo Borsellino, veglia commemorativa delle vittime della strage di Capaci (Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani)chiesa di S. Ernesto, Palermo, 23 giugno 1992.




Paolo Borsellino insieme alla sua famiglia
"Vivere nella legalità significa determinarsi nei propri comportamenti professionali, familiari e sociali con la convinta osservanza della legge.
Cioè determinandosi secondo normative comportamentali rispondenti a valori giuridici accettati.
Cosa deve intendersi per accettazione della norma (delle leggi)? [...] Perchè si osservano le leggi?
[...] La causa principale di osservanza delle leggi è il consenso che il destinatario del precetto presta al comando.
[...] E tanto più questo consenso è diffuso e convinto, quanto più il cittadino si riconosce nelle istituzioni da cui promanano questi comandi.
Quando questa cultura delle istituzioni è diffusa, l'osservanza delle leggi, la legalità nei comportamenti è spontanea e naturale poichè gli imperativi statuali vengono vissuti come imperativi personali a comportarsi così come il cittadino sente di dover comportarsi, a prescindere dalla minaccia della sanzione.
[...] 
Cosa occorre fare
Rivoltarsi culturalmente e moralmente [...]: dove c'è cultura non c'è consenso per la mafia.
Isolamento della capacità di infiltrazione.
Come e perchè avviene l'infiltrazione (risoluzione del conflitto fra due diverse sovranità con l'inserimento all'interno delle istituzioni pubbliche <<in esso si ramificano e prosperano>>).
Come può essere evitata?
Profonde trasformazioni istituzionali (oltre che culturali).
Sconfitta della partitocrazia almeno così come oggi viene intesa.
Alleanza degli onesti.
Sacrifici degli onesti.
Ricerca dei diritti e non dei favori.
Consapevolezza della insufficienza della repressione.
Ognuno deve fare la sua parte"

Paolo Borsellino, incontro dal titolo "Legalità e ordinamenti giuridici paralleli" svoltosi a Paternò (Catania), 14 marzo 1992.


Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto


"Droga libera: espressione estremamente contraddittoria (termini inconciliabili) per l'uomo di legge e lo studioso di problemi inerenti al traffico e alla diffusione delle sost. stupefacenti.
Nei tempi moderni il consumo di massa della droga nasce come fatto di oppressione coloniale e bellica e continua come l'attività più intensa e pericolosa della criminalità organizzata.
La lotta alla droga è quindi storicamente lotta per la libertà: dall'oppressione e dal crimine.
[...] Lotta di libertà ma anche lotta contro il crimine organizzato che presiede ai suddetti traffici e lotta (anch'essa di libertà, cioè di libertà dal bisogno) per consentire a intere popolazioni di milioni di persone (pakistani, thailandesi, laotiani, colombiani, curdi) di affrancarsi dalle necessità di coltivareoppiacei per sopravvivere o per ottenere i mezzi necessari per le loro lotte di indipendenza.
[...] Tesi semplicistica e peregrina affacciatasi in Italia qualche anno fa: liberalizziamo ul commercio di droga e togliamo quindi dalle mani di Cosa Nostra la ragione prima della sua attuale potenza.
Tesi che ha colpito fantasie sprovvedute anche perchè spesso associata ad altra avente a oggetto più propriamente la tossicodipendenza (il drogato, poichè è partecipe di attività illecite - acquisto - viene necessariamente criminalizzato, e quindi risucchiato nell'ambiente criminogeno [in generale], mentre così non sarebbe se il commercio fosse libero) - Paragoni col proibizionismo - Non reggono, perchè il consumo di alcolici pur se dannoso se assunti smodatamente, non assume gli stessi effetti totalizzanti del consumo di droga.
Tesi semplicistica, con riferimento alla potenza di Cosa Nostra, che non è riassumibile soltanto nel traff. di droga anche perchè ha dimostrato di sapersi adattare alle mutate condizioni sociali e del mercato, sopravvivendo.
Peregrina perchè non tiene conto della attuale rapidità delle comunicazioni internazionali.
A parte le consideraz. mediche, sociali, morali etc. che, in ogni caso, indurrebbero a disattendere de plano [facilmente, senza difficoltà, senza contestazioni, N.d.A.] simili proposte, si osserva:

1) Possibilità di introdurre la liberalizzazione sull'intero pianeta o su consistenti aree geografiche: nessuna.

[...]

2) Teoricamente sussisterebbe possibilità di liberalizzaz. limitata a singoli Stati o a ristrette aree geografiche, sotto la spinta di aberranti ideologie o miracolistiche soluzioni prospettate dai <<partiti folli>> o da frange di essi.
Lascio ai medici, ai sociologi, ai teologi e agli studiosi di morale e ai criminologi il compito di dimostrare come l'uso di droga non deve essere liberalizzato per considerazioni attinenti alle loro scienze (io mi limito a ricordare l'art. 1 cost.: La Rep. richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà sociale - art. 3: La Rep. ha compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana - art. 4: Il cittadino ha il dovere di svolgere attività o funzione che concerne al progresso materiale e spirituale della società - art. 10: L'ord. giurid. italiano si conforma alle norme di dir. intern. generalmente riconosciute - art. 11: L'Italia consente alle limitaz. di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni - art. 32: La Rep. tutela la salute).
Ma, anche se per assurda ipotesi, e con rilevantissime modifiche costituz. un paese, come l'Italia o un ristretto gruppo di nazioni, liberalizzassero il consumo, oltre al verificarsi dei danni sanitari e sociali di cui diranno gli altri relatori, nessuno degli ulteriori obiettivi verrebbe raggiunto, perchè:

1) Nessuna diminuz. del potere della criminalità organizz., che trae i suoi maggiori proventi non dal traff. naz. ma da quello internaz., che continuerebbe a svolgere, facilitato dalla maggiore libertà di movimenti conseguenti in Italia alla liberalizzazione.

2) Emarginaz. dell'Italia dalla Comunità Internazionale.

3) Lo Stato it. stesso si trasformerebbe, per reperire la droga necessaria al consumo ufficiale interno, in traff. internaz. di droga, ovvero dovrebbe autorizzare i traff. internaz. a operare sul suo territorio o ancora dovrebbe promuovere le coltivazioni di sost. stup. in loco, riducendo gli agricoltori operanti in vaste zone geografiche alla situazione dei contadini pakistani, laotiani, colombiani, curdi etc., ovvero dovrebbe divenire produttore di quelle droghe sintetiche, unanimemente riconosciute come i più potenti veleni.

4) Il territorio dello Stato diverrebbe meta e ricetto di consumatori di droga provenienti dalle vicine aree geografiche (esseri prevalentemente asociali e dediti al crimine) che qui troverebbero più comodo e meno rischioso rifornirsi.

5) Non verrebbe affatto eliminato il mercato nero della droga (e il conseguente fiorire dello paccio clandestino illecito), alimentato da una vasta categoria di consumatori clandestini.

a) Persone che per ragioni di prestigio sociale eviterebbero le strutture pubbliche di distrivuz. (parallelo con l'aborto clandest.).

b) Minori, che diverrebbero la meta preferita degli spacciatori clandestini, subendo un ancor più forte impatto di quello attuale.

c) Consumatori non soddisfatti delle dosi e delle qualità di droga ufficialmente fornite, evidentemente sotto controllo medico (trattandosi quanto meno di veleni).

Droga libera, pertanto, sarebbe una pestilenza tale da porre le condizioni perchè la comunità sociale diventi l'accozzaglia incontrollabile di uomini non liberi perchè costretti a vivere in una aggregazione umana esclusa dal novero delle nazioni civili e quindi da quella storia umana, che come ci ha insegnato B. Croce, è soprattutto storia di libertà"

Paolo Borsellino, incontro-dibattito sul tema "Droga libera o uomini liberi?" organizzato presso l'Istituto Tecnico Agrario "A. Damiani" dalla "Lega contro la droga" di Marsala, in occasione della "2Giornata di solidarietà alla lotta contro la droga" dedicata a Giovanni Giacalone, Marsala, 29 gennaio 1988.



   
Paolo Borsellino è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Paolo attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Paolo è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.